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domenica 16 marzo 2025

Pace e metafore nei titoli dei giornali: la PACE è un GIOCO D'AZZARDO



I giornali delle ultime settimane danno ampio rilievo ai tentativi di porre fine alla tragedia della guerra in Ucraina e ai vari interlocutori coinvolti in queste attività, i cui risultati sono ancora tutti da verificare.

Il concetto di pace, come molti altri, è spesso veicolato dalla stampa attraverso metafore: strategie linguistiche e cognitive che esprimono concetti (spesso astratti) relativi a un dominio attraverso altri concetti (spesso concreti) di un dominio diverso. In questo modo, idee generali e complesse sono trasferite in altre più semplici e comuni, col vantaggio di renderle più comprensibili; ma al tempo stesso col rischio che i concetti originali si colorino di sfumature di significato ulteriori, che possono essere trasmesse agli interlocutori senza che ne abbiano una piena consapevolezza.

Così la PACE è tradizionalmente un EDIFICIO, che ha bisogno di essere costruito con un duro lavoro, come per il titolo della Stampa del 1963; o è un risultato che si ottiene con pazienza attraverso un DIALOGO, come per il titolo del 1973, perché il dialogo può aiutare a costruire ponti verbali tra soggetti in conflitto tra loro. In entrambi i casi, alcuni dei significati collaterali veicolati dalle metafore sono che la pace richiede tempo, fatica, lavoro e capacità di ascolto, come ogni vero dialogo


     


Nel sottile equilibrio linguistico tra il rispecchiamento di fatti che stanno avvenendo, da un lato, e la costruzione discorsiva di realtà a partire da quei fatti, che inevitabilmente influenza l'opinione dei lettori, i giornali, soprattutto nei titoli, stanno rispecchiando e costruendo discorsivamente la realtà della trattativa di pace tra Russia e Ucraina usando una metafora ricorrente: quella del gioco d'azzardo. Gli stessi protagonisti hanno contribuito a dare vita alla metafora della PACE come GIOCO DI CARTE: nell'incontro finito male tra Trump e Zelensky del 28 febbraio scorso, il presidente americano ha detto: "Non hai carte in mano". "Non sto giocando a carte", gli ha risposto il presidente ucraino. Lo scontro verbale, avvenuto davanti ai giornalisti, è stato riportato da tutte le testate del mondo e ha così sancito l'adozione della metafora delle carte per riferirsi alla pace.

Da allora, il gioco delle carte è sistematicamente associato alla trattativa di pace. Ecco alcuni esempi: il 12 marzo Repubblica titola Adesso la partita a poker con il Cremlino. Il gioco di carte è diventato una partita a poker, la PACE un GIOCO D'AZZARDO. Il 14 marzo Il Fatto parla di Trump che rilancia. Per l'Unità dello stesso giorno è Putin che rilancia. Sempre il 14 marzo, Il Dubbio, mentre descrive Putin che rilancia, si chiede se si tratta di un bluff o di vera tregua, e definisce la pace in Ucraina una mano di poker. Il giorno dopo (15 marzo), anche La Stampa descrive la trattativa Trump-Putin come una partita a poker.

     



Ma quali sono i significati impliciti che questa metafora della PACE come GIOCO D'AZZARDO porta con sé? Sono diversi, a cominciare da quello di azzardo: la pace non è frutto di un paziente lavoro di costruzione, basato sul dialogo, ma di un rischio che qualcuno si prende in modo repentino e che guida le sue decisioni e i suoi comportamenti. La pace, quindi, non richiede sforzo e impegno sistematico ma è il risultato di un gesto improvviso, magari irrazionale, di un rilancio, o di un bluff, per disorientare gli altri giocatori. 

Sì, perché un altro significato implicito nella metafora è che le parti in causa siano giocatori di carte. Una caratteristica ulteriore della metafora è quella di oscurare una parte della realtà, nel momento stesso in cui, attraverso il trasferimento del concetto originario in un altro frame, porta in primo piano soltanto alcuni dei suoi aspetti. In questo caso, in cui la pace è una questione da risolvere tra giocatori, ciò che viene drasticamente occultato è il contesto reale e ben poco ludico di una guerra sanguinosa, in cui persone muoiono quotidianamente e città vengono bombardate e distrutte. La pace è presentata come una sfida ricreativa tra contendenti che rischiano e bluffano come se attorno a loro non ci fosse il baratro di macerie che la guerra si porta dietro. 

Infine, se la pace è una partita di poker, lo scopo non è costruire, risolvere, far cessare un conflitto, ma vincere. Una pace equilibrata dovrebbe essere un processo alla fine del quale tutti perdono qualcosa, guadagnando anche un po'. A poker, invece, vince uno solo, e si prende tutto il piatto. 

Tutti e tre gli aspetti della metafora - l'azzardo, le parti in causa come giocatori e l'esito in cui uno solo vince e prende tutto - non lasciano ben sperare sul risultato finale di questo processo di pace. Sia se consideriamo i giornali come narratori che raccontano la realtà com'è - non è un'idea convincente di pace quella che stanno raccontando - sia se li pensiamo come narratori che costruiscono realtà ulteriori rispetto a quelle che stanno avvenendo: le aspettative di pace del pubblico dei lettori non meritano di essere influenzate da una narrazione così superficiale.



mercoledì 29 maggio 2024

La F-word: l’ha detta papale papale

 Viviamo senza dubbio in un momento storico in cui molte idee date per acquisite tendono a rimescolarsi. Le cose diventano il loro contrario, il bianco si trasforma in nero. Anche negli usi linguistici assistiamo a grandi rimescolamenti. Nell’immenso calderone dei social ortografia, grammatica, sintassi, lessico sono continuamente frullati e strapazzati. 

Anche turpiloquio e insulti subiscono un’evoluzione. Molti hanno da tempo superato lo status di parole volgari da censurare, per approdare nel porto sicuro del lessico ammesso senza veli in tv o sui giornali. Dei vaffanculo si era già occupato un ex comico ligure anni fa, i chi cazzo sei e non me ne frega un cazzo hanno già ricevuto il timbro di accettazione degli studi televisivi. Ieri la Presidente del Consiglio si è pubblicamente autodefinita quella stronza.

I tempi, si diceva, sono proprio bizzarri e votati al paradosso. Ne mancava una di parola che ancora era avvertita come tabù, anzi forse come IL tabù. Al punto che i giornali fino a ieri ancora la mimetizzavano con gli asterischi (“Mi ha detto 'vatti a mettere seduto fro**o di merda”, scrive Il Fatto Quotidiano il 28 aprile scorso): la F-word, la parola non pubblicabile e impronunciabile alla presenza dei media. 

E poi, all’improvviso, avviene l’imponderabile. La F-word è fragorosamente sdoganata, mediaticamente urlata e ribadita, pubblicamente scritta, postata, retwittata, commentata, taggata e condivisa, anche se nella sua versione di nome derivato in -aggine. E a chi va il merito dell’impresa? Chi ci riesce? Il politico coatto? L’improvvido presentatore disattento al microfono rimasto aperto? Il calciatore infuriato al rigore non fischiato? Niente affatto: il Santo Padre. Proprio lui. Il Papa, peraltro parlante non nativo di italiano, che in una riunione a porte chiuse arringa i porporati e li ammonisce a non eccedere in frociaggine (ce lo immaginiamo, con quel suo chiaro accento di ispanofono), perché i seminari già sovrabbondano di tale proprietà. Sociolinguisticamente, è il frutto più eclatante del paradosso dei nostri tempi bizzarri: la persona al mondo da cui il mondo si aspetterebbe l’uso del registro linguistico più formale, più elevato, più sacrale, di certo meno incline ai toni colloquiali e sicuramente per natura antitetico al turpiloquio, ci regala il primo, mastodontico e universale sdoganamento della F-word, in mondovisione.

Di fronte ad un evento linguisticamente così epocale, nulla ormai potrà più linguisticamente stupirci: non il parlamentare che, avendo richiesto la parola in aula, venisse apostrofato con un “Cazzo vuoi?”; non il Presidente della Repubblica che iniziasse il suo discorso di fine anno con un “Minchia!”. Non il presentatore di Sanremo che esordisse nella serata finale del festival con un “Perché Sanremo è una palla!” Cosa sarebbero queste minuzie di fronte ad un Pontefice beccato in flagranza di turpiloquiaggine, mentre scandisce l’impronunciabile parola, ignaro di pronunciarla davanti ad un megafono? 

E come potrà la timorata madre rimproverare i figli adolescenti che si insultano a suon di trivialità? “Ragazzi, non dite parolacce!” “Ma mamma, le dice anche il Papa!” Come potrà il curato di campagna rimbrottare i fedeli che si lasciano andare a toni poco urbani, quando il suo capo è il promotore della più grande campagna mediatica di sdoganamento della scurrilità di tutti i tempi?

Viviamo, si diceva, in tempi paradossali. Ci aspettiamo presto un’enciclica De trivialitate mundi, in cui la dottrina delle F-words venga analiticamente formulata.


lunedì 18 luglio 2022

Il governo che verrà nelle parole della stampa


Il discorso giornalistico è spesso caratterizzato dalla ripetizione insistita di cliché, stereotipi linguistici che ripropongono continuamente abbinamenti di parole cristallizzati. Così ad esempio la stampa racconta sistematicamente storie di persone ferite a colpi d’arma da fuoco, di ingorghi stradali per il traffico in tilt, e di scioperi come insiemi di lavoratori che decidono di incrociare le braccia.

Ci sono tuttavia dei temi ricorrenti, soprattutto in ambito politico, in cui il discorso giornalistico, accanto a questa tendenza alla convenzionalità espressiva, rivela una vocazione straordinariamente e sottilmente creativa. Uno di questi temi è quello delle crisi di governo, durante le quali la stampa, di fronte a un governo che non c’è più, si sforza di immaginare e di descrivere le caratteristiche del nuovo governo che verrà. Sta succedendo anche in questi giorni, con il tormentone della fiducia/sfiducia al governo Draghi.

Per curiosità, sono andata a cercare nel corpus che raccoglie 16 annate di Repubblica (1985-2000) le sequenze di parole con frequenza > 10 che seguono il lemma governo. In particolare, ho cercato:

  • gli aggettivi (es. governo forte);
  • le sequenze di + nome (es. governo di scopo).

Il corpus è interessante, perché permette da un lato di seguire l’evoluzione delle combinazioni usate dal quotidiano per descrivere i governi nell’arco di un quindicennio, dall’altro di confrontarle con quelle usate oggi (su cui scriverò un post successivo). Ecco quello che ho scoperto.

Le caratteristiche

I governi vengono descritti su Repubblica per mezzo di aggettivi riferiti alle loro caratteristiche politiche e istituzionali. Un governo può quindi essere tecnico, tecnico-politico, o politico; istituzionale, parlamentare, costituzionale, presidenziale, pre-elettorale, elettorale o referendario (attestato nel periodo 1987-92). 

Per quanto riguarda la sua composizione, può essere monocolore (1985-93), tripartito, quadripartito o anche pentapartito (1985-94: una specie di reperto archeologico). 

Per il suo orientamento può essere laico, centrista, moderato, neutrale, popolare, minoritario, alternativo, riformista o riformatore. In modo inquietante, un governo può inoltre essere parallelo, o occulto, come in questo articolo del 1989:

La Dc ha poi dato all' Italia anche un'altra anomalia: quella del potere consociativo. Vale a dire la tendenza a cogestire il potere di governo anche con quelle forze che stanno all'opposizione. Naturalmente le si rimprovera di farlo se la consociazione concede potere di governo occulto ai comunisti. Ma la pratica di stare al governo e di trovare dei consoci tra l'opposizione si è parecchio diffusa.

Più interessanti sotto il profilo della creatività sono gli abbinamenti di governo con sintagmi preposizionali introdotti da di. In questi casi, l’inventiva dei vari giornalisti porta alla creazione e all’uso di una lunga serie di combinazioni, che si riferiscono ad esempio: allo spettro di forze politiche che il nascente governo sarebbe in grado di raccogliere attorno a sé (di larga maggioranza, di larghe intese, di [larga/grande] coalizione, di larga convergenza, di minoranza, ma anche di maggioranza); agli obiettivi specifici che il governo si proporrebbe (di programma, di ricostruzione, o, in perfetto politichese, di convergenza programmatica). Quest’ultima locuzione è stata usata nel 1988 per designare una proposta del Partito Comunista per la formazione di un nuovo governo:

[…] dovrebbe essere responsabilità di tutte le forze democratiche contribuire a un governo in grado di dare risposte a questa crisi. Si tratta di un governo di convergenza programmatica, ma abbiamo detto anche un governo di garanzia istituzionale perché si vada in Parlamento senza schieramenti precostituiti a un confronto per rinnovare ciò che va rinnovato.

Le combinazioni possono anche riferirsi allo specifico contesto politico in cui il nuovo governo andrebbe a operare, e su cui cercherebbe di influire, segnando il passaggio ad una fase politica nuova: si parla allora di governo di svolta, di tregua, di emergenza, di servizio, di transizione, di (fine) legislatura, di alternativa, o, con suggestiva metafora enologica, di decantazione: quest’ultima combinazione è usata per la prima volta in Repubblica dal 1987, e si ripresenta periodicamente nel corso di tutto il quindicennio, fino al 2000.

C’è poi il governo del ribaltone, usato da Repubblica nel 1994, nel 1995 e nel 1998, in alternativa al semplice ribaltone, come in questo esempio del 1994:

La posizione di Fini non cambia: si deve andare a votare con il governo Berlusconi. Qualunque altra soluzione vedrà Alleanza nazionale all' opposizione. E "a prescindere dal modo con cui il governo sarà chiamato - del presidente, di tregua, istituzionale, di decantazione o delle regole - sarà per noi unicamente il governo del ribaltone, magari mascherato”.

Un insieme nutrito di combinazioni fa invece riferimento al ruolo di rafforzamento della coesione del paese che viene attribuito al nascituro governo. Si parla quindi di governo di garanzia, di salute pubblica, di unità/unione nazionale, di solidarietà nazionale, di riconciliazione nazionale o di salvezza nazionale.

La durata

I governi di cui Repubblica ha parlato nei 16 anni considerati sono stati a volte definiti stabili, ma anche provvisori, transitori, di breve periodo, o, con locuzione di rara efficacia sintetica, perché evoca allo stesso tempo la brevità della durata, la stagione estiva in cui vedrebbe la luce, e il suo carattere di ininfluente transitorietà, balneari. Lo si deduce da questo esempio del 1986: 

Scontate le dimissioni di Craxi, si apre ora una crisi che sarà certamente lunga e difficile. Così lunga da consigliare, si diceva ieri sera, un momentaneo governo balneare di minoranza in attesa di vederci più chiaro.


martedì 5 luglio 2022

Il frame giornalistico della vicenda umana

In questi ultimi giorni i quotidiani, non solo italiani, dedicano come è ovvio molto spazio alla tragedia della Marmolada, con il racconto del disastro, dei soccorsi e delle vittime.

Come spesso avviene nei fatti di cronaca di forte impatto e grande visibilità, il frame scelto da molti quotidiani italiani è quello della vicenda umana delle vittime, e quindi dei lati personali ed emotivi della vicenda, più che di quelli aderenti al racconto oggettivo dei fatti. L'evento, più che presentato nella sua oggettività, viene raccontato con la lente su ciò che commuove e fa sensazione.

Ecco quindi che Repubblica il 3 luglio apre in prima pagina con il titolo Inferno di ghiaccio, accompagnato dai titoli di altri articoli riportati nelle pagine seguenti. Alcuni presentano ad esempio fenomeni di personificazione: il pianeta che si vendica della follia umana. In modo simile, Libero, sempre del 3 luglio, titola La montagna che uccide.

La personificazione di un elemento naturale (il pianeta, la montagna) consente di attribuire alla natura comportamenti umani, come quello di vendicarsi della condotta non rispettosa dell’uomo. Questa identificazione conferisce al discorso un alone di sensazionalismo, e dipinge gli eventi come lo scontro epico tra due forze contrapposte: l’uomo, che sbaglia e soccombe, e la natura, che lo punisce. Tutto ciò è chiaramente lontano da un racconto oggettivo e misurato dell’evento in questione.


Repubblica, 3 luglio 2022

Libero, 3 luglio 2022



Accanto a questo, i quotidiani nei titoli ricorrono come di consueto ai virgolettati, per riportare le presunte parole pronunciate da alcune delle persone coinvolte. Così ad esempio La Stampa del 5 luglio: “Così la montagna li ha inghiottiti tutti”. Il presunto discorso diretto ha la funzione di aumentare il coinvolgimento emotivo del lettore, che ha la sensazione di parlare direttamente con i protagonisti. 

L’appello agli aspetti personali ed emotivi dell’evento narrato è il tratto che accomuna i quotidiani italiani, che riportano a piene mani le storie private delle vittime (Quei sogni infranti sul ghiacciaio, La Stampa, 5 luglio; Filippo e quei corpi spezzati in un lampo, Repubblica, 2 luglio). L’uso del nome proprio, in particolare, favorisce l’identificazione emotiva con le vittime e la vicinanza empatica coi loro familiari. 

Un confronto con il Times, sempre del 5 luglio, evidenzia in modo macroscopico la diversità dell’approccio. Il quotidiano inglese si limita a riportare in modo sobrio e oggettivo gli elementi essenziali della notizia: gli scalatori uccisi nelle Alpi italiane da un ghiacciaio franato a causa della temperatura elevata. Un atteggiamento di questo tipo nei titoli dei quotidiani italiani, specie se relativi a eventi di grande visibilità come quello in questione, è quasi sconosciuto.



La Stampa, 5 luglio 2022
The Times, 5 luglio 2022