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domenica 16 marzo 2025

Pace e metafore nei titoli dei giornali: la PACE è un GIOCO D'AZZARDO



I giornali delle ultime settimane danno ampio rilievo ai tentativi di porre fine alla tragedia della guerra in Ucraina e ai vari interlocutori coinvolti in queste attività, i cui risultati sono ancora tutti da verificare.

Il concetto di pace, come molti altri, è spesso veicolato dalla stampa attraverso metafore: strategie linguistiche e cognitive che esprimono concetti (spesso astratti) relativi a un dominio attraverso altri concetti (spesso concreti) di un dominio diverso. In questo modo, idee generali e complesse sono trasferite in altre più semplici e comuni, col vantaggio di renderle più comprensibili; ma al tempo stesso col rischio che i concetti originali si colorino di sfumature di significato ulteriori, che possono essere trasmesse agli interlocutori senza che ne abbiano una piena consapevolezza.

Così la PACE è tradizionalmente un EDIFICIO, che ha bisogno di essere costruito con un duro lavoro, come per il titolo della Stampa del 1963; o è un risultato che si ottiene con pazienza attraverso un DIALOGO, come per il titolo del 1973, perché il dialogo può aiutare a costruire ponti verbali tra soggetti in conflitto tra loro. In entrambi i casi, alcuni dei significati collaterali veicolati dalle metafore sono che la pace richiede tempo, fatica, lavoro e capacità di ascolto, come ogni vero dialogo


     


Nel sottile equilibrio linguistico tra il rispecchiamento di fatti che stanno avvenendo, da un lato, e la costruzione discorsiva di realtà a partire da quei fatti, che inevitabilmente influenza l'opinione dei lettori, i giornali, soprattutto nei titoli, stanno rispecchiando e costruendo discorsivamente la realtà della trattativa di pace tra Russia e Ucraina usando una metafora ricorrente: quella del gioco d'azzardo. Gli stessi protagonisti hanno contribuito a dare vita alla metafora della PACE come GIOCO DI CARTE: nell'incontro finito male tra Trump e Zelensky del 28 febbraio scorso, il presidente americano ha detto: "Non hai carte in mano". "Non sto giocando a carte", gli ha risposto il presidente ucraino. Lo scontro verbale, avvenuto davanti ai giornalisti, è stato riportato da tutte le testate del mondo e ha così sancito l'adozione della metafora delle carte per riferirsi alla pace.

Da allora, il gioco delle carte è sistematicamente associato alla trattativa di pace. Ecco alcuni esempi: il 12 marzo Repubblica titola Adesso la partita a poker con il Cremlino. Il gioco di carte è diventato una partita a poker, la PACE un GIOCO D'AZZARDO. Il 14 marzo Il Fatto parla di Trump che rilancia. Per l'Unità dello stesso giorno è Putin che rilancia. Sempre il 14 marzo, Il Dubbio, mentre descrive Putin che rilancia, si chiede se si tratta di un bluff o di vera tregua, e definisce la pace in Ucraina una mano di poker. Il giorno dopo (15 marzo), anche La Stampa descrive la trattativa Trump-Putin come una partita a poker.

     



Ma quali sono i significati impliciti che questa metafora della PACE come GIOCO D'AZZARDO porta con sé? Sono diversi, a cominciare da quello di azzardo: la pace non è frutto di un paziente lavoro di costruzione, basato sul dialogo, ma di un rischio che qualcuno si prende in modo repentino e che guida le sue decisioni e i suoi comportamenti. La pace, quindi, non richiede sforzo e impegno sistematico ma è il risultato di un gesto improvviso, magari irrazionale, di un rilancio, o di un bluff, per disorientare gli altri giocatori. 

Sì, perché un altro significato implicito nella metafora è che le parti in causa siano giocatori di carte. Una caratteristica ulteriore della metafora è quella di oscurare una parte della realtà, nel momento stesso in cui, attraverso il trasferimento del concetto originario in un altro frame, porta in primo piano soltanto alcuni dei suoi aspetti. In questo caso, in cui la pace è una questione da risolvere tra giocatori, ciò che viene drasticamente occultato è il contesto reale e ben poco ludico di una guerra sanguinosa, in cui persone muoiono quotidianamente e città vengono bombardate e distrutte. La pace è presentata come una sfida ricreativa tra contendenti che rischiano e bluffano come se attorno a loro non ci fosse il baratro di macerie che la guerra si porta dietro. 

Infine, se la pace è una partita di poker, lo scopo non è costruire, risolvere, far cessare un conflitto, ma vincere. Una pace equilibrata dovrebbe essere un processo alla fine del quale tutti perdono qualcosa, guadagnando anche un po'. A poker, invece, vince uno solo, e si prende tutto il piatto. 

Tutti e tre gli aspetti della metafora - l'azzardo, le parti in causa come giocatori e l'esito in cui uno solo vince e prende tutto - non lasciano ben sperare sul risultato finale di questo processo di pace. Sia se consideriamo i giornali come narratori che raccontano la realtà com'è - non è un'idea convincente di pace quella che stanno raccontando - sia se li pensiamo come narratori che costruiscono realtà ulteriori rispetto a quelle che stanno avvenendo: le aspettative di pace del pubblico dei lettori non meritano di essere influenzate da una narrazione così superficiale.



lunedì 18 luglio 2022

Il governo che verrà nelle parole della stampa


Il discorso giornalistico è spesso caratterizzato dalla ripetizione insistita di cliché, stereotipi linguistici che ripropongono continuamente abbinamenti di parole cristallizzati. Così ad esempio la stampa racconta sistematicamente storie di persone ferite a colpi d’arma da fuoco, di ingorghi stradali per il traffico in tilt, e di scioperi come insiemi di lavoratori che decidono di incrociare le braccia.

Ci sono tuttavia dei temi ricorrenti, soprattutto in ambito politico, in cui il discorso giornalistico, accanto a questa tendenza alla convenzionalità espressiva, rivela una vocazione straordinariamente e sottilmente creativa. Uno di questi temi è quello delle crisi di governo, durante le quali la stampa, di fronte a un governo che non c’è più, si sforza di immaginare e di descrivere le caratteristiche del nuovo governo che verrà. Sta succedendo anche in questi giorni, con il tormentone della fiducia/sfiducia al governo Draghi.

Per curiosità, sono andata a cercare nel corpus che raccoglie 16 annate di Repubblica (1985-2000) le sequenze di parole con frequenza > 10 che seguono il lemma governo. In particolare, ho cercato:

  • gli aggettivi (es. governo forte);
  • le sequenze di + nome (es. governo di scopo).

Il corpus è interessante, perché permette da un lato di seguire l’evoluzione delle combinazioni usate dal quotidiano per descrivere i governi nell’arco di un quindicennio, dall’altro di confrontarle con quelle usate oggi (su cui scriverò un post successivo). Ecco quello che ho scoperto.

Le caratteristiche

I governi vengono descritti su Repubblica per mezzo di aggettivi riferiti alle loro caratteristiche politiche e istituzionali. Un governo può quindi essere tecnico, tecnico-politico, o politico; istituzionale, parlamentare, costituzionale, presidenziale, pre-elettorale, elettorale o referendario (attestato nel periodo 1987-92). 

Per quanto riguarda la sua composizione, può essere monocolore (1985-93), tripartito, quadripartito o anche pentapartito (1985-94: una specie di reperto archeologico). 

Per il suo orientamento può essere laico, centrista, moderato, neutrale, popolare, minoritario, alternativo, riformista o riformatore. In modo inquietante, un governo può inoltre essere parallelo, o occulto, come in questo articolo del 1989:

La Dc ha poi dato all' Italia anche un'altra anomalia: quella del potere consociativo. Vale a dire la tendenza a cogestire il potere di governo anche con quelle forze che stanno all'opposizione. Naturalmente le si rimprovera di farlo se la consociazione concede potere di governo occulto ai comunisti. Ma la pratica di stare al governo e di trovare dei consoci tra l'opposizione si è parecchio diffusa.

Più interessanti sotto il profilo della creatività sono gli abbinamenti di governo con sintagmi preposizionali introdotti da di. In questi casi, l’inventiva dei vari giornalisti porta alla creazione e all’uso di una lunga serie di combinazioni, che si riferiscono ad esempio: allo spettro di forze politiche che il nascente governo sarebbe in grado di raccogliere attorno a sé (di larga maggioranza, di larghe intese, di [larga/grande] coalizione, di larga convergenza, di minoranza, ma anche di maggioranza); agli obiettivi specifici che il governo si proporrebbe (di programma, di ricostruzione, o, in perfetto politichese, di convergenza programmatica). Quest’ultima locuzione è stata usata nel 1988 per designare una proposta del Partito Comunista per la formazione di un nuovo governo:

[…] dovrebbe essere responsabilità di tutte le forze democratiche contribuire a un governo in grado di dare risposte a questa crisi. Si tratta di un governo di convergenza programmatica, ma abbiamo detto anche un governo di garanzia istituzionale perché si vada in Parlamento senza schieramenti precostituiti a un confronto per rinnovare ciò che va rinnovato.

Le combinazioni possono anche riferirsi allo specifico contesto politico in cui il nuovo governo andrebbe a operare, e su cui cercherebbe di influire, segnando il passaggio ad una fase politica nuova: si parla allora di governo di svolta, di tregua, di emergenza, di servizio, di transizione, di (fine) legislatura, di alternativa, o, con suggestiva metafora enologica, di decantazione: quest’ultima combinazione è usata per la prima volta in Repubblica dal 1987, e si ripresenta periodicamente nel corso di tutto il quindicennio, fino al 2000.

C’è poi il governo del ribaltone, usato da Repubblica nel 1994, nel 1995 e nel 1998, in alternativa al semplice ribaltone, come in questo esempio del 1994:

La posizione di Fini non cambia: si deve andare a votare con il governo Berlusconi. Qualunque altra soluzione vedrà Alleanza nazionale all' opposizione. E "a prescindere dal modo con cui il governo sarà chiamato - del presidente, di tregua, istituzionale, di decantazione o delle regole - sarà per noi unicamente il governo del ribaltone, magari mascherato”.

Un insieme nutrito di combinazioni fa invece riferimento al ruolo di rafforzamento della coesione del paese che viene attribuito al nascituro governo. Si parla quindi di governo di garanzia, di salute pubblica, di unità/unione nazionale, di solidarietà nazionale, di riconciliazione nazionale o di salvezza nazionale.

La durata

I governi di cui Repubblica ha parlato nei 16 anni considerati sono stati a volte definiti stabili, ma anche provvisori, transitori, di breve periodo, o, con locuzione di rara efficacia sintetica, perché evoca allo stesso tempo la brevità della durata, la stagione estiva in cui vedrebbe la luce, e il suo carattere di ininfluente transitorietà, balneari. Lo si deduce da questo esempio del 1986: 

Scontate le dimissioni di Craxi, si apre ora una crisi che sarà certamente lunga e difficile. Così lunga da consigliare, si diceva ieri sera, un momentaneo governo balneare di minoranza in attesa di vederci più chiaro.


venerdì 1 gennaio 2016

Le parole più usate dai giornali nel 2015

Come l'anno scorso, gli ultimi due giorni dell'anno ho guardato alcuni dati estratti da quotidiani italiani pubblicati nel 2015, per ricavare, usando metodologie statistiche (la misura della keyness in particolare), le parole che hanno caratterizzato la stampa del 2015 rispetto a quella dell'anno precedente. Ho utilizzato in particolare 45.000 articoli usciti nel 2015 (oltre 21 milioni di parole) e li ho confrontati con 65.000 usciti nel 2014.
Il risultato sono alcune centinaia di parole specifiche degli articoli di giornale di quest'anno: nel confronto con quelle dell'anno precedente, infatti, risultano usate con frequenza statisticamente anomala. Le possiamo quindi considerare le parole chiave usate dalla stampa nel 2015.

Migranti
Il sostantivo più specifico del 2015 è migranti; in generale, tutta l'area relativa ai flussi migratori è molto più presente nella stampa del 2015 rispetto all'anno precedente (sono usati molto di più ad esempio profughi, accoglienza, immigrati, rifugiati, asilo, barconi, immigrazione, scafisti).

Grecia
Un altro tema che ha molto occupato la stampa di quest'anno rispetto all'anno scorso è quello della Grecia e della sua crisi economica, come dimostra l'elevato valore di keyness di parole come Grecia, Atene, Syriza, greci, creditori, grexit.

Terrorismo
I temi legati al terrorismo sono presenti in modo capillare nelle parole-chiave della stampa del 2015: Charlie Hebdo, Isis, Parigi, attentati, terrorismo, terroristi, strage, Bataclan, vignette e jihadisti rientrano fra le 100 parole con valori di keyness più alti.

Guerra e religione
Nonostante corrisponda ad un tema sempre molto presente nella stampa, anche guerra ricorre significativamente di più sui giornali di quest'anno, specialmente quando è associato ad elementi lessicali che riguardano la religione (Islam, islamici, musulmani, religione, jihadista).

Cronaca
Alcuni fatti di cronaca, nazionale ed internazionale, sono rispecchiati nell'uso frequente di specifiche parole: ad esempio Volkswagen, relativo allo scandalo che ha coinvolto la casa automobilistica tedesca, Giubileo, Casamonica, Expo e xylella, il batterio che ha colpito gli ulivi del Salento.
Da segnalare che il 2015 è stato anche l'anno della scuola, di cui si è parlato significativamente di più rispetto all'anno precedente, e della questione del gender, che ha fatto molto discutere anche sulla stampa.

Nomi propri
Una classe di parole che riporta sempre valori di keyness molto elevati è quella dei nomi propri di persona, che variano molto nell'uso dei giornali a seconda dei periodi. Il 2014 è stato l'anno di Renzi (il nome di persona più caratterizzante). I 20 nomi propri di persona che hanno più caratterizzato la stampa del 2015 sono invece quelli riportati nella tab. 1.

Tab. 1 - I 20 nomi propri di persona più specifici del 2015 rispetto al 2014

I nomi rispecchiano alcuni fatti di cronaca di cui si è molto parlato lo scorso anno (l'aereo precipitato della Germanwings, pilotato da Lubitz, l'attentato a Charlie Hebdo, messo in atto dai fratelli Kouachi, o la sparatoria al tribunale di Milano, ad opera di Giardiello). La politica estera è rappresentata essenzialmente da politici greci, al centro dell'attenzione della stampa per molti mesi, mentre quella italiana dal presidente Mattarella, eletto quest'anno, e da alcuni politici la cui presenza sui giornali è stata evidentemente molto più marcata rispetto all'anno precedente (Salvini, Marino, De Luca, Paita e Gentiloni).

Aggettivi: poca originalità
Infine, è da rilevare la scarsità di aggettivi presenti tra le 500 parole con misura di keyness più elevata: tra questi, indisponibili (riferito a calciatori che non possono giocare la prossima partita), sedicente (relativo all'ambito terroristico: il sedicente Califfato o Stato islamico), satirico, e poi un paio di neo-formazioni di ambito politico (verdiniani e fittiani). Una categoria a parte è quella individuata dall'aggettivo sostantivato impresentabili, che si riferisce soprattutto ai candidati con problemi in sospeso con la giustizia, ma anche a personaggi (troppo) spesso presenti in programmi televisivi o a manifestazioni pubbliche.
In generale, questa scarsità di aggettivi come parole-chiave in un'annata di articoli di giornale indica che i giornalisti tendono a riutilizzare sempre gli stessi: cambiano gli avvenimenti che vengono descritti, quindi, ma si usano tendenzialmente le stesse parole per farlo. Per il 2016 vogliamo auspicare un piccolo sforzo in più nel senso dell'originalità?

domenica 1 marzo 2015

60 anglicismi nella stampa italiana, dal 1985 ad oggi

Alcuni eventi recenti (la petizione #dilloinitaliano, promossa da Annamaria Testa, che ha in breve tempo raccolto decine di migliaia di adesioni, e il convegno "La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi", organizzato dall'Accademia della Crusca) hanno riportato all'attenzione di tutti il tema della (eccessiva) diffusione di anglicismi nella nostra lingua. In discussione è in particolare l'opportunità di tutelare l'italiano, semplicemente promuovendo un uso più consapevole degli anglicismi (come auspica il testo della petizione), o, più incisivamente, attraverso l'istituzione di apposite commissioni che vigilino sul dilagare del fenomeno (di questo e di molti altri aspetti parla il prezioso articolo di Luca Serianni sul Corriere della Sera).
Sul banco degli imputati sono in particolare i mezzi di comunicazione, nei quali soprattutto è diffuso l'uso, spesso sciatto o pigro, di parole inglesi al posto di corrispondenti parole, perfettamente esistenti in italiano. O, peggio ancora, l'uso furbetto e consapevole di alcuni giornalisti, che mirano, attraverso l'inglese, ad evocare nei lettori una sorta di immotivato ed anestetizzante prestigio culturale. 
La disponibilità di corpora di giornali italiani consente di monitorare l'evoluzione nella stampa delle parole che importiamo dall'inglese, per comprendere meglio le cause del loro uso così frequente. È quello che ho brevemente cercato di fare, prendendo in esame i seguenti 60 anglicismi di ampia diffusione in italiano:
audience, austerity, authority, background, backstage, badge, band, benefit, box, brand, budget, business, cameraman, card, cash, coach, compilation, convention, copyright, display, editor, escalation, fan, fashion, fitness, flop, gadget, gap, gossip, hot, kit, leader, light, live, look, manager, marketing, network, partner, pullman, sandwich, show, sprint, staff, stand, store, stress, target, team, teenager, test, ticket, tilt, top, trailer, trend, turnover, tutor, welfare, workshop.
I dati che ho utilizzato per analizzare la diffusione dei 60 anglicismi sono:

  • il corpus Repubblica, che include gli articoli pubblicati dal quotidiano nelle 16 annate che vanno dal 1985 al 2000;
  • un corpus di articoli del Corriere della Sera pubblicati nel 2012;
  • un corpus che include gli articoli pubblicati dalle testate online di Il Post, Huffington Post, Il Fatto quotidiano e Il Giornale nel 2013 e nel 2014.

Un arco temporale di 30 anni, dunque, anche se con un buco di 11 anni (dal 2001 al 2011). Ecco, in breve, che cosa è emerso.

Anglicismi in aumento
Per circa i 2/3 degli anglicismi analizzati, nell'ultimo trentennio si osserva un aumento costante nella loro frequenza d'uso. Questo aumento diventa un'impennata nel passaggio dal 2000 al 2012 (vedi il grafico in fig. 1 sulla frequenza di fan); possiamo ipotizzare che l'aumento si sia mantenuto costante anche negli 11 anni non coperti dai dati, e che quindi le frequenze del 2014 siano il risultato di un incremento progressivo e costante nel tempo. 


Fig. 1 : Frequenza di fan nei giornali analizzati (per milione di parole)


Per alcuni anglicismi, tuttavia, l'impennata si registra in particolare nel passaggio dal 2012 al 2013; in questi casi (vedi gli esempi in fig. 2 di trailer, hot e stress) possiamo ipotizzare che la rilevanza dell'incremento sia legata al fatto che le testate analizzate siano online (è questo secondo me il caso di trailer: i quotidiani online rimandano spesso agli anteprima dei film in uscita), oppure ad un generale atteggiamento della stampa nei confronti di alcuni lemmi, associati ad esempio ad una maggiore presa sul pubblico rispetto agli equivalenti italiani.


Fig. 2 : Frequenza di trailer, hot e stress nei giornali analizzati (per milione di parole)

Anglicismi stabili
Ci sono tuttavia casi sporadici di anglicismi rimasti più o meno stabili nelle loro frequenze d'uso nel corso del trentennio analizzato: la fig. 3 mostra l'andamento di ticket, che, se si eccettua il picco del 1989 (anno in cui nel Sistema Sanitario Nazionale fu introdotto, appunto, un ticket sulle prestazioni mediche), non mostra sostanziali incrementi nel corso degli anni.


Fig. 3 : Frequenza di ticket nei giornali analizzati (per milione di parole)

Anglicismi oscillanti
Un piccolo gruppo di anglicismi presenta invece un andamento tendenzialmente oscillante, piuttosto che una tendenza costante all'aumento di frequenza. Si tratta probabilmente di parole legate ad eventi specifici che caratterizzano in misura diversa differenti periodi. È questo ad esempio il caso di convention (vedi fig. 4).


Fig. 4 : Frequenza di convention nei giornali analizzati (per milione di parole)

Anglicismi in calo
Ebbene sì, ci sono anche pochi anglicismi che sembrano essere usati di meno negli ultimi due o tre anni dai giornali italiani. Pullman, ad esempio, è in flessione dal 2000; partner ha iniziato a declinare dal 2012; card (fig. 5) scende vistosamente a partire dal 2013.


Fig. 5 : Frequenza di card nei giornali analizzati (per milione di parole)

Per concludere
La maggior parte dei 60 anglicismi analizzati tende ad essere utilizzata nei quotidiani italiani in misura crescente nel corso degli anni (Michele Cortelazzo ha riscontrato a questo proposito che "tutti i forestierismi hanno dei periodi di latenza di alcuni anni prima di imporsi con forza all’attenzione del parlante non specializzato"). Questo incremento raggiunge in alcuni casi dei veri picchi di frequenza, che si registrano più spesso negli ultimi due o tre anni, oppure in periodi in cui situazioni contingenti portano ad un uso generalizzato di quel lemma, che si impone in modo repentino sugli antagonisti italiani (nel già citato caso di ticket, la scelta era già stata effettuata a monte dai rappresentanti politici che avevano presentato la norma, probabilmente considerando che ticket sarebbe stato meno ostico per i contribuenti rispetto a tassa).
Dall'analisi dei dati si rileva dunque una tendenza generalizzata (anche se con alcune eccezioni) ad un uso crescente nel tempo del campione di anglicismi; occorre ora cercare di quantificare e misurare l'entità di questa tendenza, per indagare le cause che portano un termine inglese ad avere più successo di un altro o ad essere sistematicamente preferito ad un equivalente termine italiano. Il seguito alla prossima puntata.


martedì 23 dicembre 2014

Selfie, patto e stress: le parole-chiave del 2014 secondo i giornali

E’ la fine dell’anno: tempo di bilanci e di valutazioni, anche nelle parole a cui siamo stati esposti nel corso del 2014. Le righe che seguono non si riferiscono però alle parole che abbiamo amato o odiato di più lo scorso anno, ma a quelle che sono state effettivamente usate dalla stampa quotidiana. Per ottenerle, ho prelevato più di 60.000 articoli di giornale pubblicati quest’anno, e li ho messi a confronto, usando una metodologia statistica, con circa 180.000 articoli pubblicati dalla stampa nel 2013 e nel 2012.
Il risultato è il contributo lessicale specifico del 2014, che lo differenzia rispetto ai due anni precedenti. Ecco in breve che cosa è emerso.

La cronaca
A dispetto dell’idea positivista che ci vuole ormai vittoriosi sulla natura e sulle malattie, lo scorso anno si è parlato in modo specifico di Ebola, epidemie, virus e quarantena, di alluvione e di torrenti. Si è scritto inoltre di un muratore ritenuto assassino, di un aereo che ha avuto problemi durante un volo, di continui casi di overdose, di (baby) squillo e di assoluzioni. Sono tutte parole legate a specifici fatti di cronaca che hanno occupato a lungo le pagine dei giornali, come anche quelle relative all’evento sportivo dell’anno, i mondiali di calcio, che hanno fatto scrivere i giornalisti di ct, azzurri, centrocampo, tifosi, maglia, portieri ed ammoniti.

Notizie dal mondo
Le parole che ci hanno narrato i fatti più importanti accaduti nel mondo ci consegnano l’istantanea di una situazione internazionale spesso drammatica e pervasa da conflitti; se la parola-chiave delle relazioni internazionali, oggi come centinaia di anni fa, sembra essere frontiera, queste parole ci raccontano soprattutto di Isis e Ucraina, Jihadisti, miliziani, raid, sanzioni, cessate il fuoco, combattenti, persone rapite, annessione, e addirittura di decapitazione e tagliagole (ma anche, per fortuna, di ostaggi liberati e di tregua).

La politica italiana
Matteo Renzi (in tutte le sue manifestazioni: i renziani, il renzismo, Renzie, i gufi, la palude, gli scout, l’annuncite e le slide) è il politico più citato nel 2014 nel confronto con i due anni precedenti. I temi di cui si è parlato in particolare quest’anno sono le immancabili riforme, le preferenze, la soglia di sbarramento, la minoranza (non quella opposta alla maggioranza di governo: la minoranza PD o Dem), la spending review, il bonus (di 80 euro), la busta paga, il rimpasto, gli appalti, gli euroscettici, le coperture, i tagli, le tutele e le partecipate. Le ministre sono un’altra specificità lessicale di quest’anno, insieme alle due inquietanti locuzioni svolta/deriva autoritaria. I politici nominati di meno nel 2014 rispetto ai due anni precedenti sono invece Monti, Bersani, Letta, Ingroia, Bossi, Cancellieri e Berlusconi.
Patto è a mio giudizio la parola-simbolo del lessico usato dai giornali in ambito politico: a parte la recente versione di quello del Nazareno, parlando di patto i giornalisti sembrano dare il meglio di sé nello scovarne infinite e sottilissime variazioni: alla tedesca, della staffetta, di bilancio, di coalizione, di collaborazione, di consultazione, di desistenza, di governo, di fiducia, di lealtà, di legislatura, di non belligeranza o di stabilità. Un patto può essere bipartisan, civico, costituente, d’acciaio, d’onore, generazionale e per le riforme; ma anche segreto, sotterraneo, tacito, e addirittura scellerato.

Parole quotidiane
I giornali nel 2014 sono anche caratterizzati dall’uso di molti termini della vita quotidiana. Alcuni appartengono al dominio della tecnologia, dove spiccano il pluripremiato selfie, Whatsapp, hashtag e tweet. Altri provengono dal campo delle scienze, come dna, usato in campo medico e giudiziario, ma anche nella frequentissima locuzione è nel suo dna (detto spesso di squadre di calcio che “nel proprio dna” hanno la vittoria). L’anno che si sta chiudendo è inoltre caratterizzato dai divorziati e dagli ex (ex leader, magistrato, alleato, ministro, parlamentare, partito, amministratore, oltre che ex partner, coniuge, marito/moglie, amico), a testimonianza del fatto che le persone di cui si parla sui giornali sono spesso le stesse, anche se ricoprono nel tempo ruoli diversi. Un’altra categoria protagonista del 2014 sono i genitori: nei giornali sono crudeli, spaventosi, illusi, iperprotettivi, divorziati, separati, insopportabili, e solo a volte amorevoli. I genitori abbandonano, invecchiano, e sono talvolta associati ad un’azione con cui non dovrebbero mai avere a che fare, né come soggetti né come oggetti: massacrare.

Ciò che in definitiva colpisce, analizzando le parole-chiave del 2014, è l’assenza quasi totale di leggerezza e di speranza; si sa che i giornali scrivono soprattutto di notizie cattive e che il buono e il bello trovano poco spazio sulla stampa, ma l’anno che sta terminando sembra caratterizzato da un’atmosfera cupa, senza spiragli. Le parole che lo descrivono ci consegnano insomma l’immagine di un anno vissuto con difficoltà: proporrei quindi come parola giornalistica dell’anno stress, che nel 2014 è stress economico, finanziario, emotivo, da lavoro, fisico, psicologico; in breve, quest’anno lo stress è stato il nostro pane quotidiano.

mercoledì 5 novembre 2014

I titoli dei giornali online, negoziatori di condivisione

I titoli dei giornali online si stanno trasformando rispetto a quelli dei giornali cartacei; è questa l'ipotesi che ho cercato di dimostrare in un lavoro che ho presentato al XIII Convegno della SILFI (Società Internazionale di Linguistica e Filologia Italiana. Il testo integrale dell'articolo è qui). 
Nella mia ricerca ho analizzato oltre 85.000 titoli di quotidiani pubblicati tra il 2012 e il 2013; più in particolare, ho messo a confronto i titoli di quattro quotidiani online (Il Post, l'Huffington Post, Il Fatto quotidiano e Il Giornale) con quelli di un quotidiano cartaceo, il Corriere della sera. Tra i quotidiani online, ne ho selezionati due che non hanno mai avuto un'edizione cartacea, e quindi sono nativamente delle testate online (Il Post e l'Huffington Post), e due che invece hanno anche una parallela edizione cartacea (Il Fatto quotidiano e Il Giornale).
La mia ipotesi è che i titoli online siano sempre più influenzati dal fatto di essere diffusi attraverso i social media: le redazioni dei giornali li riversano continuamente nel flusso delle conversazioni online attraverso i loro profili Facebook e Twitter, con l'obiettivo di catturare l'attenzione dei lettori e di indurli a cliccare sul link e visitare le pagine dei relativi articoli.
Il titolo, dunque, diventa una sorta di negoziatore di condivisione, con la funzione cruciale di attrarre il numero più elevato possibile di lettori nelle pagine online dei quotidiani.
In che modo il titolo online svolge questa funzione? La mia prima ipotesi è che i titoli tendano ad instaurare una relazione diretta coi lettori, rivolgendosi a loro in modo esplicito. Linguisticamente, questo corrisponde ad esempio all'uso di domande dirette o di pronomi di prima e seconda persona, come negli esempi:


Ve la ricordate la spiaggia di "The Beach"? Ora è diventata così.  (HP)
Voi, dove volete andare? (Il Post)
Louis Vuitton vi spiega come fare le valigie (Il Post)

Il grafico mostra come tutti e tre i tratti linguistici che indicano il tentativo di relazionarsi direttamente coi lettori raddoppiano la loro frequenza nelle edizioni online.


Domande dirette (non incluse in un discorso diretto) e pronomi di II persona sing. e pl. nei titoli online e cartacei (per 1.000 parole)

Parallelamente, nei titoli online si osserva un uso più limitato di alcuni tratti linguistici che per decenni sono stati dei cliché dei titoli di giornale; eccone alcuni:
  • i titoli che iniziano con e o con ma, che rivelano il riferimento ad un contesto noto al lettore, magari perché trattato in un articolo posto fisicamente vicino, come negli esempi: Ma a chi serve la Torino - Lione?  (Fatto), oppure E il Caimano si svegliò Ornitorinco  (Fatto);
  • i titoli che usano delle false subordinate, che non dipendono da nessuna principale, e che sono spesso introdotte da se o quando: Se le madri che lavorano soffrono meno di depressione (CDS), oppure Quando il tweet crea imbarazzo (CDS);
  • i titoli introdotti da così o da quel, come in Quel muro in Golan che separa gli innamorati (Fatto), oppure  Così il rigore del Prof ha messo al tappeto l' economia italiana (Giornale).
Tutti questi fenomeni subiscono una drastica riduzione nei titoli dei quotidiani online, che sembrano dunque servirsi di meno di usi linguistici cristallizzati (e in buona parte usurati) nel corso degli ultimi decenni.

Alcuni cliché usati nei titoli online e cartacei (per 1.000 parole)

Infine, è interessante notare come ci siano differenze sostanziali tra i quotidiani online che hanno anche un'edizione cartacea (Il Giornale, Il Fatto) e quelli nativamente online (Il Post, HP). Un'analisi per cluster dei tratti linguistici considerati sopra mostra infatti che i titoli dei due quotidiani solo online si comportano in modo omogeneo, formando un unico cluster, mentre Il Giornale in particolare ha un comportamento decisamente disomogeneo, e tendenzialmente più simile a quello del quotidiano cartaceo, il Corriere della sera.
Questo è probabilmente dovuto al fatto che Il Giornale utilizza per la sua edizione online gli stessi titoli dell'edizione cartacea, oppure che è meno influenzato rispetto alle altre testate online dai mutamenti che la diffusione attraverso i social network sta comportando.

Analisi per cluster agglomerativi, metodo di Ward

Nell'articolo integrale riporto l'analisi di altri tratti linguistici che differiscono nei titoli online e cartacei; ciò che sembra evidente, come risultato dell'analisi, è che la fruizione attraverso i social media e il loro flusso di conversazioni scritte sta gradualmente modificando i titoli dei quotidiani online.


giovedì 27 marzo 2014

Senza lacrime non è un titolo


Dal New York Times


Da Repubblica 


Quelli qui sopra sono due titoli degli articoli pubblicati dal New York Times e da Repubblica (edizioni online) nel tardo pomeriggio di oggi, a commento della visita a Roma del presidente Obama.
Asciutto il primo, che fa riferimento al fatto che i due protagonisti si sono trovati d'accordo su alcuni temi (nell'articolo si parla più in dettaglio dei temi su cui invece si sono trovati in profondo disaccordo, come i matrimoni tra omosessuali o l'aborto); patetico il secondo, che invece si sofferma sul presunto stato d'animo di Obama (si commuove), senza sottrarsi all'inveterata abitudine di riportare, virgolettate, le parole dei protagonisti. Di riferimenti ai contenuti, almeno nel titolo, nemmeno l'ombra.
Due titoli che rispecchiano due stili, due modi profondamente diversi di fare giornalismo: da noi non c'è proprio nulla da fare, senza lacrime non è un titolo.

lunedì 25 novembre 2013

Il femminicidio nelle parole di chi lo racconta


Oggi, 25 novembre, è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Per l'occasione, ho fatto una breve ricerca sul modo in cui questa violenza è raccontata, in particolare attraverso due espressioni chiave: femminicidio e violenza sulle donne. Ho cercato le due espressioni in uno dei maggiori quotidiani nazionali (Repubblica, nelle versione online) e in uno strumento che racchiude i testi di oltre 305.000 libri in italiano pubblicati dal 1800 ad oggi, Google ngrams.

Il termine femminicidio è attestato in Repubblica dal 2001, in un articolo sulle donne in Afghanistan; fa un'altra breve comparsa nel 2002 (questa volta si parla di Pakistan) e poi sparisce, per ricomparire stabilmente (anche se ancora solo occasionalmente) nel 2006, in un articolo in cui si parla dell'Italia e del fenomeno tragico del "femminicidio". Dal 2010 in poi femminicidio è un termine stabilmente presente su Repubblica; nel 2013 (non ancora concluso) è usato oltre 900 volte, con una media di circa di 3 volte al giorno.
Di femminicidio, dunque, si parla sempre più spesso sulla stampa italiana;  nei libri pubblicati in lingua italiana, invece, femminicidio non è ancora attestato (il database di Google arriva fino al 2008).
Una ricerca di "violenza - PREPOSIZIONE - donne",  tuttavia, evidenzia che, a partire dalla fine degli anni '70, il tema acquista uno spazio che cresce enormemente, come mostra il grafico qui sotto (passando il mouse su ogni espressione a destra, si evidenzia la rispettiva linea del grafico).

Segnalo alcune delle rarissime occorrenze più datate di violenza sulle donne: nel 1806, ad esempio, in un Progetto del Codice penale pel Regno d'Italia: [...] Presentato dalla Commissione instituita da sua Eccellenza il Grand Giudice Ministro della Giustizia col Decreto 21 giugno 1803 si parla di violenza sulle donne di mercato e si legge che si tratta "di un'offesa contra la libertà personale, ma delle minori". Picchiare o uccidere una prostituta è dunque un reato trascurabile; usare violenza su una donna tout court non è nemmeno menzionato.
Un'analisi approfondita di come l'uso di queste espressioni si è evoluto nel corso dei decenni sarebbe di grande interesse; il solo dato quantitativo, tuttavia, è già un indizio (positivo) del fatto che, almeno, di femminicidio e di violenza sulle donne si parla sempre di più.

sabato 16 novembre 2013

Punti di vista


Due prime pagine di oggi, 16 novembre 2013, all'indomani della scissione del Pdl.






mercoledì 3 luglio 2013

Se il giallo è solo un colore e il gelo un fenomeno atmosferico: alcune scelte linguistiche della stampa italiana (e un encomio al Post)

La tendenza di molta stampa italiana a rendere qualsiasi evento, anche il più insignificante, un fatto sensazionale, e ad elevarlo allo status di notizia eclatante anche quando in realtà non si tratta nemmeno di una notizia, è un fenomeno noto e in forte espansione in questi ultimi due o tre decenni.
Questo atteggiamento si riflette in alcune scelte linguistiche molto ricorrenti, mirate appunto a contrassegnare come fuori dall'ordinario, e dunque degno di attenzione, un dato fatto; la ripetitività automatica con cui queste scelte vengono tradotte in parole ha contribuito, nel tempo, a renderle cliché, formule ormai svuotate di significato e date in pasto ai lettori con la leggerezza di chi preferisce abituare all'indolenza priva di ragionamento piuttosto che stimolare alla critica e alla riflessione.
Alcuni esempi tristemente noti di questo atteggiamento sono legati all'uso di metafore; la metafora del gelo, che da fenomeno atmosferico passa a descrivere l'atteggiamento di chi fa ammutolire, togliendo il consenso (qualcuno che gela qualcun altro); o la metafora dello choc, del trauma violento che diventa attributo di qualcosa che genera sconcerto (video-choc).
Nell'ambito di uno studio più vasto sulle specificità linguistiche dei giornali online rispetto a quelli tradizionali, ho ricercato la ricorrenza di alcuni di questi cliché negli articoli degli ultimi 7 mesi di 4 testate italiane, due pubblicate solo online (Il Post e l'Huffington Post), e due che hanno anche una versione cartacea (Il fatto quotidiano e Il Giornale).
I cliché che ho ricercato sono:

  • l'uso metaforico di gelo e gelare;
  • l'uso di giallo nel senso di qualcosa che evoca sotterfugi e storie misteriose (è giallo sull'acquisto di Balotelli);
  • l'uso di choc in composti con altri sostantivi.

Il risultato della ricerca è stata una deprimente conferma di un atteggiamento ormai dominante (quanto dannoso), da un lato, e una piacevole smentita dall'altro. Vediamo in che senso.

La testata che fa un uso più frequente dei tre cliché è Il Giornale, specialmente nei titoli; la seguono da vicino Huffington Post, e, un po' più distanziato, Il fatto ; ecco alcuni esempi:

Gelo di Bersani su D'Alema: nessuna offerta al Pdl (Huff, 28/02)
Moratti-Sneijder è gelo: "Non ho più niente da dirgli" (Gior, 17/01)
La ministra non si dimette Ma con Letta ormai è gelo (Gior, 23/06)
Il Cav gela i montiani Pdl: "Se vinciamo addio Imu" (Gior, 17/12)
Governo, Delrio gela Bersani: "Pronti a governo di scopo con il Pdl" (Fatto, 24/03) 
Arabia Saudita, "re Abdullah è morto". Ma è giallo sulle sue condizioni (Fatto, 30/05)
Aumentare ancora l'età pensionabile? E' giallo sull'agenda Monti (Huff, 02/02)
Agenda Monti, è giallo. Ichino: "Quel file è  falso" (Gior, 27/12)
Bufera su Ingroia e Pd. È giallo sull'intesa per prendere il Senato (Gior, 15/01)
CONFEDERATIONS È giallo Nigeria «Non veniamo» La Fifa: «Tutto ok» (Gior, 14/06)
È giallo sul fantomatico sceicco che vorrebbe entrare a far parte del cda dell'As Roma. (Gior, 25/02)

Per quanto riguarda la formula "nome-choc", è tutto un fiorire di video e foto choc. Le altre forme più ricorrenti sono proposta-choc, annuncio-choc, promessa-choc e confessione-choc. Ci sono anche casi in cui il sostantivo associato è un nome proprio:
Bossi choc: "Sono pronto a ricandidarmi segretario" (Gior, 08/02)
La piacevole smentita è invece il risultato della ricerca negli articoli del Post, dove il giallo è grazie al cielo prevalentemente un colore, il gelo un fenomeno atmosferico e lo choc un trauma psico-fisico. In sette mesi di articoli ho trovato solo un paio di occorrenze dei cliché precedenti; la loro assenza è sintomo di scelte linguistiche consapevoli, volte ad evitare il sensazionalismo ad ogni costo e a fare un uso non stereotipato del lessico. Avevo già espresso apprezzamento per le scelte linguistiche del Post, e rinnovo oggi lo stesso apprezzamento: si sa che abbiamo un gran bisogno di giornalisti seri, ma l'essere serio, per un giornalista, comporta anche fare scelte linguistiche intelligenti.


giovedì 9 agosto 2012

La vera cronaca

Le Olimpiadi stanno per finire, e come ogni giorno faccio un giro per i siti di alcuni grandi quotidiani per leggere le ultimissime: e mi prende lo sconforto. Ecco una sintesi:

Repubblica.it
Federica e Filippo, raffica di baci alla pallanuoto 
Islanda, le sculture falliche per gli eroi della pallamano
Corriere.it
Cambio di biancheria sotto l'occhio delle telecamere | Video 
Pallanuoto, baci sugli spalti per Fede e Filippo
Per non parlare, nei giorni scorsi, di ampie cronache sui lati B di alcune atlete, sui completini di alcune squadre, e amenità simili.
Altra vita su Twitter, o almeno sulla parte di Twitter che frequento io; ma si sa che lì almeno si può scegliere: in questi giorni di Olimpiadi ho letto la gioia e la delusione espresse direttamente dagli atleti, ho visto le foto scattate da chi è a Londra, ho letto i commenti e le impressioni di tanti appassionati di sport come me.
Poco fa, hanno postato su Twitter una foto di Josefa Idem, 48 anni, quinto posto alla sua ottava Olimpiade, mentre, dopo la gara, abbraccia il suo bambino.


Questa è la vera cronaca, possibile che i giornalisti, almeno quando scrivono sui giornali, non lo capiscano?