Il concetto di pace, come molti altri, è spesso veicolato dalla stampa attraverso metafore: strategie linguistiche e cognitive che esprimono concetti (spesso astratti) relativi a un dominio attraverso altri concetti (spesso concreti) di un dominio diverso. In questo modo, idee generali e complesse sono trasferite in altre più semplici e comuni, col vantaggio di renderle più comprensibili; ma al tempo stesso col rischio che i concetti originali si colorino di sfumature di significato ulteriori, che possono essere trasmesse agli interlocutori senza che ne abbiano una piena consapevolezza.
Così la PACE è tradizionalmente un EDIFICIO, che ha bisogno di essere costruito con un duro lavoro, come per il titolo della Stampa del 1963; o è un risultato che si ottiene con pazienza attraverso un DIALOGO, come per il titolo del 1973, perché il dialogo può aiutare a costruire ponti verbali tra soggetti in conflitto tra loro. In entrambi i casi, alcuni dei significati collaterali veicolati dalle metafore sono che la pace richiede tempo, fatica, lavoro e capacità di ascolto, come ogni vero dialogo
Nel sottile equilibrio linguistico tra il rispecchiamento di fatti che stanno avvenendo, da un lato, e la costruzione discorsiva di realtà a partire da quei fatti, che inevitabilmente influenza l'opinione dei lettori, i giornali, soprattutto nei titoli, stanno rispecchiando e costruendo discorsivamente la realtà della trattativa di pace tra Russia e Ucraina usando una metafora ricorrente: quella del gioco d'azzardo. Gli stessi protagonisti hanno contribuito a dare vita alla metafora della PACE come GIOCO DI CARTE: nell'incontro finito male tra Trump e Zelensky del 28 febbraio scorso, il presidente americano ha detto: "Non hai carte in mano". "Non sto giocando a carte", gli ha risposto il presidente ucraino. Lo scontro verbale, avvenuto davanti ai giornalisti, è stato riportato da tutte le testate del mondo e ha così sancito l'adozione della metafora delle carte per riferirsi alla pace.
Da allora, il gioco delle carte è sistematicamente associato alla trattativa di pace. Ecco alcuni esempi: il 12 marzo Repubblica titola Adesso la partita a poker con il Cremlino. Il gioco di carte è diventato una partita a poker, la PACE un GIOCO D'AZZARDO. Il 14 marzo Il Fatto parla di Trump che rilancia. Per l'Unità dello stesso giorno è Putin che rilancia. Sempre il 14 marzo, Il Dubbio, mentre descrive Putin che rilancia, si chiede se si tratta di un bluff o di vera tregua, e definisce la pace in Ucraina una mano di poker. Il giorno dopo (15 marzo), anche La Stampa descrive la trattativa Trump-Putin come una partita a poker.Ma quali sono i significati impliciti che questa metafora della PACE come GIOCO D'AZZARDO porta con sé? Sono diversi, a cominciare da quello di azzardo: la pace non è frutto di un paziente lavoro di costruzione, basato sul dialogo, ma di un rischio che qualcuno si prende in modo repentino e che guida le sue decisioni e i suoi comportamenti. La pace, quindi, non richiede sforzo e impegno sistematico ma è il risultato di un gesto improvviso, magari irrazionale, di un rilancio, o di un bluff, per disorientare gli altri giocatori.
Sì, perché un altro significato implicito nella metafora è che le parti in causa siano giocatori di carte. Una caratteristica ulteriore della metafora è quella di oscurare una parte della realtà, nel momento stesso in cui, attraverso il trasferimento del concetto originario in un altro frame, porta in primo piano soltanto alcuni dei suoi aspetti. In questo caso, in cui la pace è una questione da risolvere tra giocatori, ciò che viene drasticamente occultato è il contesto reale e ben poco ludico di una guerra sanguinosa, in cui persone muoiono quotidianamente e città vengono bombardate e distrutte. La pace è presentata come una sfida ricreativa tra contendenti che rischiano e bluffano come se attorno a loro non ci fosse il baratro di macerie che la guerra si porta dietro.
Infine, se la pace è una partita di poker, lo scopo non è costruire, risolvere, far cessare un conflitto, ma vincere. Una pace equilibrata dovrebbe essere un processo alla fine del quale tutti perdono qualcosa, guadagnando anche un po'. A poker, invece, vince uno solo, e si prende tutto il piatto.
Tutti e tre gli aspetti della metafora - l'azzardo, le parti in causa come giocatori e l'esito in cui uno solo vince e prende tutto - non lasciano ben sperare sul risultato finale di questo processo di pace. Sia se consideriamo i giornali come narratori che raccontano la realtà com'è - non è un'idea convincente di pace quella che stanno raccontando - sia se li pensiamo come narratori che costruiscono realtà ulteriori rispetto a quelle che stanno avvenendo: le aspettative di pace del pubblico dei lettori non meritano di essere influenzate da una narrazione così superficiale.